Questo non l’ho fatto io. L’ha fatto l’ulivo, in cento anni.
Io l’ho solo accompagnato. Ho scelto un tronco che aveva già una forma, l’ho aperto piano e dentro ho trovato questo disegno. Non sono venature, sono onde scure, occhi, linee che si rincorrono. Ogni tagliere è così, non ce ne sarà mai uno uguale all’altro, perché l’ulivo non si ripete.
È massello vero, spesso, pesante al punto giusto. Quando lo prendi in mano senti subito che è solido, caldo. Il bordo l’ho lasciato vivo, come l’ha fatto l’albero, un po’ mosso, un po’ selvaggio. Poi l’ho levigato a mano per ore, fino a quando al tatto è diventato seta.
Mi piace pensarlo in cucina, non nascosto in un cassetto. Sul tuo piano, con sopra pane appena tagliato, olio buono, qualche fetta di pomodoro. O da solo, come oggetto. Perché è bello anche vuoto, quando la luce del mattino gli accarezza le venature e lo fa sembrare quasi d’oro.
Te lo consegno finito, pronti per tagliare, servire, vivere. L’ulivo è forte, non teme acqua e tempo, se lo tratti con un po’ d’amore. Basta una passata d’olio ogni tanto e tornerà a brillare come il primo giorno.
È un pezzo che resta. Non un accessorio, un piccolo tronco di Calabria che entra in casa tua.




